Articoli - Comune di San Mauro Pascoli (FC)

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Pascoli e il mondo degli animali, di Rosita Boschetti

L’amore di Giovanni Pascoli per gli animali e per l’intero mondo naturale è cosa nota ed
emerge con forza nelle sue liriche: il poeta è sempre animato da un sentimento di
profondo rispetto e di ammirazione di fronte alla perfezione della natura, ritrovando
proprio in essa l’essenza più pura delle cose e negli animali quell’innocenza che è così
difficile trovare negli uomini.
Fin da bambino il poeta sammaurese si trova circondato da animali: il primo cane è Jolì,
vissuto con la famiglia Pascoli a San Mauro, nella dolce casina bianca dalle persiane verdi
e poi con i fratelli a Rimini, con cui Giovanni – come racconta la sorella Mariù – trascorreva
molto del suo tempo nel periodo di studi al liceo della città. Pascoli riusciva a fargli fare tutto
quello che voleva: se, ad esempio, gli diceva:
“Fa la calza, Jolì”, esso si alzava sulle zampe posteriori, e, lesto lesto, manovrava le
zampette davanti come se proprio facesse la calza. Se voleva farlo sbadigliare, bastava
che provasse a sbadigliare lui che subito Jolì apriva la bocca a un grande sbadiglio”.
Erano questi probabilmente i pochi e fugaci momenti di serenità per i fratelli in un
periodo così tormentato dai lutti e dalle ristrettezze economiche.

L’altra grande passione del poeta era, oltre alla botanica, l’ornitologia: conosceva alla
perfezione tutte le specie uccellinee e il suo primo approccio con questo mondo per lui
così affascinante, risale agli anni in cui era collegiale ad Urbino, quando avvenne
l’incontro con una piccola tortora entrata nella sua camera, episodio che non
dimenticherà più. Da quel momento Pascoli non saprà più rinunciare, nella propria
quotidianità, alle presenze del mondo animale: in particolare uccellini come pettirossi,
rondini, fringuelli e usignoli, spesso raccolti ancora implumi, venivano cresciuti da
Giovanni e dalla sorella e, una volta cresciuti non volavano via, rientrando la notte
spontaneamente nelle loro gabbie senza sbarre.
Prima di passare a parlare del cane che conquisterà il cuore del nostro poeta, occorre
ricordare anche altri animali, come Merlino, il merlo dall'ala rotta, vissuto con i fratelli
Giovanni e Maria per ben 17 anni, che Pascoli volle immortalare con un suo epitaffio,
oltre alla capretta e al passero Ciribibì; e vorrei citare anche alcuni aneddoti che ci aiutino
a comprendere ancora una volta l’altissima sensibilità che egli aveva per gli animali:
essendosi insediata, ad esempio, nella canna fumaria della stufa di Casa Pascoli una
colonia di api, il poeta e la sorella rinunceranno addirittura ad accenderla, così come il
famoso e bellissimo fucile da caccia Hammerless regalatogli dall’amico De Bosis non
sparerà mai un colpo, se non quello sparato da Maria in aria… a Capodanno!
Questa innata ricettività di Giovanni Pascoli per il mondo animale, troverà ancora
maggiore vigore nell’incontro con Gulì: il cagnolino entrerà a far parte della vita del
poeta il 4 giugno 1894 e in modo dirompente. Il cucciolo di appena 5 mesi, un incrocio
tra una levriera e un bracco, viene regalato ai fratelli Pascoli dal padre dell’amico De
Witt. “Noi non ne avevamo mai visti di simili – ricorda la sorella – e ci piacque molto
anche per la sua rarità”. Ecco come lo descrive per presentarlo ai lettori nella biografia
del fratello da lei curata:

"Aveva una bella testa con l’osso frontale ben pronunziato, il che indicava intelligenza,
grandi orecchie ritte e mobili con cui manifestava i suoi vari sentimenti: di affetto e di
rispetto, buttandole indietro; di attenzione, impennandole rigidamente; di paura,
allargandole così che col muso lungo ed appuntito formavano un triangolo. Gli occhi poi
erano di un’ espressione del tutto umana. Il pelame aveva raso, lucido e morbido come
velluto; nero nel mantello e nella testa, ma bianchissimo nel petto, sul collo, in parte del
muso e nei quattro piedi e nella punta della lunga coda"

Non sapendo quale nome dare al cucciolo, e non volendo utilizzare ancora quello del
vecchio Jolì, capitò un giorno che a Giovanni cadde l’occhio su una cassettina di dolci
che alcuni suoi alunni gli avevano donato, sulla quale era l’etichetta del pasticcere
“Emanuele Gulì di Palermo”; ecco trovato il nome: Gulì, e così fu.
Il cagnolino divenne subito parte integrante della famiglia ed amico inseparabile: la notte
dormiva sul letto di Maria, non prima di avere fatto ginnastica col suo padrone, in modo
da dormire poi tutto d’un fiato; Giovanni era il suo educatore principale, che riusciva,
con la sola severità della voce e dell’aspetto, a farsi rispettare e ubbidire. Ad esempio,
ammesso al tavolo insieme a loro con tanto di piatto e seggiola, non si azzardava ad
iniziare a mangiare se non con il permesso di Giovanni, dopodichè, autorizzato, tuffava
il muso nel piatto tutto contento. A poco a poco i fratelli Pascoli riverseranno su questo
inseparabile compagno tutto l’amore e la tenerezza che non avevano potuto offrire a un
figlio: Maria è ricordata in molte lettere come la “mammina”, mentre Giovanni ne è lo
zio. Tutta la loro vita quotidiana, a partire dall’ingresso in casa della cara bestiola, sarà
completamente legata alle esigenze di Gulì, al punto che, una volta, Pascoli dovette
addirittura chiedere al Ministero il permesso di fare viaggiare l’animale in treno con loro;
un’eccezione che poteva essere fatta per un poeta già tanto noto in Italia.
Va detto anche che nell’imponente mole epistolare che caratterizza la vita di Pascoli, il
dottor Gulì, così come spesso lo chiamava, ha spesso un ruolo da protagonista,
facendolo il poeta addirittura firmare ed esprimersi con una sua parlata toscana e spesso
immedesimandosi a tal punto nel cane da poterne quasi percepire ed interpretare i
pensieri. Certamente questo cane aveva portato una ventata di freschezza e di gioia nella vita di Giovanni che non poteva più fare a meno di lui soprattutto perché aveva trovato in
questo animale quella purezza e quella fedeltà che lui considerava nell’uomo come alcune
delle qualità più preziose.
Una bellissima pagina pascoliana è la traduzione di un passo dell’Odissea, che appare
però così autobiografica quando descrive l’incontro dell’eroe omerico Ulisse-Odisseo
con l’amato cane Argo, dopo il lunghissimo viaggio che lo riporta in patria:
Ulisse è finalmente giunto ad Itaca dopo un’assenza di vent’anni e per il momento vuole
mantenere l’incognita non potendosi fidare di nessuno, quindi si traveste da mendicante.
Si reca a palazzo e lì giunto, di fianco alle porte, su un mucchio di letame vede un cane,
molto vecchio e coperto di piaghe e di mosche perché nessuno lo cura; il cane è Argo,
che lui aveva lasciato cucciolo quando era partito per la guerra. Argo sente il suono della
sua voce e riconosce il padrone che ha atteso fedelmente per vent’anni!
Solleva il muso, muove debolmente la coda, cerca di alzarsi ma non ce la fa; Ulisse non riesce a trattenere la commozione e una lacrima sgorga dai suoi occhi. Argo ricade sul mucchio di letame; la sua lunga fedele attesa è stata premiata, ora finalmente può lasciarsi morire.
Il caso volle che, dopo 18 anni vissuti accanto a Giovanni e Maria, cane e padrone
morissero a pochi mesi di distanza: alla morte di Gulì, avvenuta il 21 gennaio del 1912, il
poeta scrisse di getto una bellissima lettera all’amico della giovinezza, Raffaello
Marcovigi, detto il Biondino, in cui diceva:
“il povero nostro Argo, l’amato nostro Gulì, è spirato addormentandosi sotto le mani dei suoi due amici che lo vegliavano. Io non credevo d’averne a provare così grande dolore! Un cane…già: un cane che ama non vale infinitamente più di quasi tutti i nostri fratelli uomini che non amano o che odiano o che né amano né odiano? Per me, questa stretta
cerchia dell’umanità e del nostro pianeta terracqueo mi comincia a soffocare. Al largo! Al
largo! Ora Gulì dorme nel più bel posto del nostro boschetto, tra odorosi bussoli, sotto
lauri regii e allori, cullato dal canto mite e gentile degli sgriggioli e rotondo e pieno delle
capinere. E’ in casa sua. Non andrà più ramingo pel mondo come fu sempre il suo
destino, che gli aveva messo nel cuore il continuo atroce dubbio di essere lasciato e
abbandonato da noi: donde i suoi bruschi risvegli con visite ansiose a tutti edue…povero Gulì!”
Queste parole, ancora oggi più che mai attuali e di una tenerezza struggente, furono tra
le ultime lasciate da Giovanni Pascoli, il quale non riuscirà a partire per Bologna
essendosi aggravata la sua malattia. Nella scomparsa di Gulì egli avrebbe forse potuto
intuire il mistero di un simbolo: anche lui, come tanti altri personaggi nei suoi canti, si
identifica col padrone e ne segue quasi la parabola della vita

 

 

 
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